Category Archives: Commento alla Parola

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 21 luglio 2016

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Dal Vangelo secondo Luca

Lc 13,22-30

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Parola del Signore.

Commento di padre Ermes Ronchi

Gesù riconosce i suoi figli in ogni angolo del mondo

Sforzatevi di entrare per la porta stretta. Per la porta larga vuole passare chi crede di avere addosso l’odo­re di Dio, preso tra incensi, riti e preghiere, e di questo si vanta. Per la porta stretta entra «chi ha addosso l’o­dore delle pecore» (papa Francesco), l’operaio di Dio con le mani segnate dal lavoro, dal cuore buono. È la porta del servizio.
Quando il padrone di casa chiuderà la porta, voi bus­serete: Signore aprici. E lui: non so di dove siete, non vi conosco. Avete false credenziali. Infatti quelli che vo­gliono entrare si vantano di cose poco significative: ab­biamo mangiato e bevuto con te, eravamo in piazza ad ascoltarti… ma questo può essere solo un alibi, non si­gnifica che abbiano accolto davvero il suo Vangelo. La sua Parola è vera solo se diventa carne e sangue. A mol­ti contemporanei di Gesù succedeva proprio questo: di sedere a mensa con lui, ascoltarlo parlare, emozionar­si, ma tutto finiva lì, non ne avevano la vita trasforma­ta. Così noi possiamo partecipare a messe, ascoltare prediche, dirci cristiani, difendere la croce come simbolo di una civiltà, ma tutto questo non basta. La mi­sura è nella vita. La fede autentica scende in quel tuo profondo dove nascono le azioni, i pensieri, i sogni, e da là erompe a plasmare tutta intera la tua vita, tutte le tue relazioni. Perché le cose di Dio e le cose dell’uomo sono indissolubili. Infatti quelli che bussano alla por­ta chiusa hanno compiuto sì azioni per Dio, ma nes­suna azione per i fratelli. Non basta mangiare Gesù che è il pane, occorre farsi pane.
Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia. Non vi conosco. Il riconoscimento sta nella giustizia. Dio non ti riconosce per formule, riti o simboli, ma per­ché hai mani di giustizia. Ti ri­conosce non perché fai delle cose per lui, ma perché con lui e come lui fai delle cose per gli altri. Non so di dove siete: i vo­stri modi di vedere gli altri so­no lontanissimi dai miei, voi venite da un mondo diverso rispetto al mio, da un altro pia­neta.
La conclusione della parabo­la è piena di sorprese. Prima di tutto è sfatata l’idea della por­ta stretta come porta per po­chi, per i più bravi: tutti possono passare. Oltre quella porta Gesù immagina una festa multicolore: verranno da oriente e occidente, dal nord e dal sud del mondo e siederanno a mensa. Il sogno di Dio: far sorgere figli da ogni dove. Li raccoglie, per una offerta di felicità, da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del re­gno, arrivati ultimi e da lui considerati primi.
Gesù li riconosce dall’odore, lui che con le pecore sper­dute, sofferenti, malate si è mischiato per tutta la vita. Li riconosce perché sanno il suo stesso odore.

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 17 luglio 2016

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Dal Vangelo secondo Luca

Lc 10,38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Parola del Signore.

Commento di padre Ermes Ronchi

Mentre erano in cammino, una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa.
Ha la stanchezza del viaggio nei piedi, il dolore della gente negli occhi. Allora riposare nella frescura amica di una casa, mangiare in compagnia sorridente, è un dono, e Gesù lo accoglie con gioia.
Quando una mano gli apre una porta, lui sa che lì dentro c’è un cuore che si è schiuso. Ha una meta, Gerusalemme, ma lui non “passa oltre” quando incontra qualcuno, si ferma. Per lui, come per il buon Samaritano, ogni incontro diventa una meta, ogni persona un obiettivo importante.
A Betania il maestro è accolto da donne che non venivano accolte come discepole dai maestri del tempo. Entra nella loro casa: la casa è scuola di vita, il luogo dove la vita nasce e si conclude, dove celebra le sue feste più belle, dove Dio parla nel quotidiano, nei giorni delle lacrime e in quella della danza dei cuori. E il Vangelo deve diventare vero non ai margini della vita, ma nel cuore di essa.
Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Sapienza del cuore di donna, intuito che sceglie ciò che fa bene alla vita, ciò che regala pace, libertà, orizzonti e sogni: la Parola di Dio
Mi piace immaginare Maria di Betania e Gesù totalmente presi l’uno dall’altra: lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver trovato un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé. Lui totalmente suo, lei totalmente sua.
A Maria doveva bruciare il cuore quel giorno. Da quel momento la sua vita è cambiata. Maria è diventata feconda, grembo dove si custodisce il seme della Parola, apostola: inviata a donare, ad ogni incontro, ciò che Gesù le aveva seminato nel cuore.
Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose. Gesù, affettuosamente, rimprovera Marta. E lo fa contraddicendo non il servizio, ma l’affanno; non contestando il cuore generoso, ma l’agitazione.
Quelle parole ripetono a tutti noi: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, che affanna, che toglie libertà e distoglie dal volto degli altri.
Marta – sembra dirle Gesù – prima le persone, poi le cose. Non sopporta che sia confinata in un ruolo di servizio, affogata nei troppi impegni: tu, le dice, sei molto di più; tu puoi stare con me in una relazione diversa. Tu puoi condividere con me pensieri, sogni, emozioni, conoscenza, sapienza, Dio.
«Maria ha scelto la parte migliore», si è liberata e ha iniziato dalla parte giusta il cammino che porta al cuore di Dio, dall’ascolto. Perché Dio non cerca servitori, ma amici; non cerca delle persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose, che lo lasci essere Dio.

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 10 luglio 2016

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Dal Vangelo secondo Luca

Lc 10,25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Parola del Signore.

Commento di mons. Ambrogio Spreafico

Un esperto della Legge, la Torà di Israele, pone una domanda a Gesù. La sapienza di un uomo si manifesta sempre nel tenere aperte le domande essenziali della vita. E certo la sua domanda riguardava la vita nella sua interezza, la “vita eterna”. Gesù a sua volta vuole che a rispondere sia lui stesso, che ribadisce il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, compimento della Legge e dei Profeti. A quel punto il maestro di Nazareth non può che esortarlo a vivere ciò che aveva professato: «Hai risposto bene; fa questo e vivrai». È bello questo colloquio dei due, che mostra come Gesù accetta di dialogare con le nostre domande per suscitare in ognuno la ricerca di una risposta.

Il colloquio continua, perché quel saggio non si accontenta dell’invito di Gesù. Il vangelo dice che «volendo giustificarsi», chiese a Gesù chi fosse il suo prossimo. Quell’uomo si riteneva giusto. Tuttavia non si chiude nella sua giustizia. Ed ecco la parabola, risposta in forma di racconto. Quante volte l’abbiamo ascoltata, ma la Parola di Dio contiene sempre delle sorprese. Come dice Gregorio magno: «La Bibbia cresce con chi la legge». Quel sapiente ci insegna proprio questo. Mai davanti alla Parola di Dio dare per scontato di aver capito tutto, mai pensare di essere totalmente nel giusto!

La parabola è semplice nel suo sviluppo. Un uomo scende da Gerusalemme e Gerico su una strada pericolosa. Infatti incappa nei briganti, «che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto». Siamo di fronte a un uomo il cui rischio è la morte, date le condizioni in cui viene lasciato dai briganti. La situazione di quell’uomo rappresenta molto bene la condizione di tanta gente del nostro mondo. Pensiamo solo ai profughi che fuggono dai loro paesi per la guerra o per la violenza, l’ingiustizia, la povertà, le calamità naturali. Oppure guardando tanti in mezzo a noi, come gli anziani soli o in istituto, i disoccupati, i sena fissa dimora, gli zingari, e quanti altri che sono considerati “lo scarto” della nostra società, come direbbe papa Francesco. Come comportarsi con loro? Sono anche questi il prossimo, cioè persone da amare. Infatti, per quel saggio che interroga Gesù il “prossimo” coincide con i membri del proprio popolo. La domanda posta a Gesù risulta essere fondamentale per il suo e il nostro futuro e per la vita di ogni giorno, sempre che la si voglia vivere in conformità al Vangelo e non a noi stessi.
L’incontro con quel poveraccio avviene «per caso», dice il vangelo. Quante volte capita di imbattersi per caso in uomini e donne mezzi morti, magari proprio come quello del vangelo, ai bordi della strada, sui marciapiedi. Cosa avviene davanti a quel malcapitato? Passano un sacerdote e un levita, lo vedono e passano oltre. Il verbo greco antiperxomai è molto interessante. Già di per sé parerxomai significa passare oltre. Quell’anti sottolinea che ce l’avevano proprio di fronte, non potevano non vederlo. Quante volte si vedono donne e uomini bisognosi, ce li troviamo di fronte, siamo quasi costretti a vederli, e si passa oltre. La fretta, la paura di farsi carico di un sofferente, per giunta pure sconosciuto, fanno a volte affrettare il passo. Poi passa un Samaritano, un estraneo rispetto a quell’uomo. Infatti tra abitanti della Giudea e abitanti della Samaria non correva buon sangue, come sappiamo dai Vangeli. Qui tutto cambia. Anche il Samaritano gli passa vicino, e «vedendolo ne ebbe compassione». La Bibbia Cei non traduce in maniera uniforme questo verbo, ma la traduzione “avere compassione” è forse quella più accettabile e comune. Si trova nei Vangeli Sinottici 12 volte: cinque in Matteo, quattro in Marco e tre in Luca. Solo in tre casi il soggetto della compassione non è direttamente Gesù. In Lc 10,33 è il Samaritano, in cui chiaramente, come intesero i Padri, vediamo Gesù stesso. Gli altri due casi si trovano in parabole e sono abbinati a figure di Dio.
I casi in cui è Gesù stesso il soggetto sono così distribuiti. In Marco e Matteo i due racconti di moltiplicazione dei pani sono introdotti sempre dalla compassione di Gesù. In altre quattro ricorrenze Gesù “ha compassione” davanti a un malato o a una richiesta di vita (il caso della vedova di Nain in Lc 7,13). In Mt 20,34 Gesù sta di fronte a due ciechi che chiedono la guarigione. Lo stesso in Mc 1,41 davanti a un lebbroso che «lo supplicava» per essere purificato. In Mc 9,22 è il padre di un ragazzo indemoniato che si rivolge a Gesù chiedendogli di avere compassione per il figlio. È significativa la menzione di Mt 9,36. Gesù, seguito da una folla numerosa, vedendola «ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore». Dopo di che chiede ai discepoli di pregare perché il «signore della messe mandi operai nella sua messe». E di seguito egli stesso invia i discepoli in missione.

Si potrebbe riassumere il sentimento di Gesù come qualcosa che nasce dal bisogno di fronte a cui si viene a trovare. Ma che cosa è la compassione? Da che cosa nasce e che cosa implica? Il verbo greco deriva da una radice che ha a che fare con il ventre della madre quando ha in sé il figlio, nasce quindi da una relazione di profonda intimità. Il figlio è un tutt’uno con la madre, che ne sente la presenza, i battiti, i sussulti. La madre sente con il figlio. Egli fa parte della sua stessa vita. Così è il sentimento di Gesù, che condivide con Dio Padre e che quindi esprime nella sua esistenza terrena. Noi siamo parte della sua vita, come il figlio è parte della vita della madre specie quando sta nel suo ventre. In questo senso si potrebbe dire, come ebbe a dire Giovanni Paolo II, che Dio è Padre ma anche madre. Gesù viene a condividere la nostra stessa vita. Anzi, egli come una madre ci nutre e ci fa crescere. Si occupa dei suoi figli quando sono colpiti dal male perché riabbiano la vita in pienezza.
La compassione nasce quando Dio Padre o Gesù, il figlio, si trovano davanti a una richiesta di aiuto esplicita o al bisogno: il figlio perduto, il servo indebitato, un lebbroso, dei ciechi, un indemoniato, una vedova che piange il figlio morto, una folla numerosa e affamata, un uomo rapinato e mezzo morto. La compassione dovrebbe quindi nascere anche in noi quando qualcuno sceglie di guardare e di fermarsi davanti al bisogno e all’esclusione. La parabola del Buon Samaritano mostra bene questo aspetto della compassione. Infatti la differenza tra il sacerdote, il levita e il samaritano è data proprio della compassione, che introduce una svolta radicale nel racconto e nella vita dell’uomo rapinato e mezzo morto al bordo della strada. La compassione cambia radicalmente il rapporto tra i due soggetti: l’uno sente l’altro come parte della sua stessa vita superando l’estraneità che intercorre tra di loro. Questo aspetto istituisce un nuovo rapporto di familiarità e di intimità, simile a quello della madre per il figlio. Se rileggiamo Mt 25,31 ss, dove Gesù si identifica con i poveri, i poveri sono identificati con Gesù stesso, quindi chi li incontra e li soccorre entra a far parte della famiglia di Gesù, perché i poveri sono «i suoi fratelli più piccoli». Per il discepolo si tratta quindi non solo di assistenza a chi si trova nel bisogno, ma di ingresso in un nuovo rapporto con Gesù e i poveri, si potrebbe dire l’ingresso in un nuovo popolo, quello che Sofonia chiama «il popolo degli umili e dei poveri» (Sof 2,3). La “compassione” rende quell’uomo “fratello” da amare come se stesso, secondo l’antico comandamento dell’amore.

Al termine del racconto è Gesù che pone una domanda al dottore della Legge: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Come si può sapere «chi è il prossimo?». La domanda di quel saggio appariva piuttosto teorica, forse un po’ come alcune inchieste che, pur necessarie, si limitano a offrire dati statistici. Oppure come certi piani pastorali che offrono delle belle descrizioni della diffusione della povertà senza interrogarsi sulle persone che ne sono colpite e sulle scelte da compiere nei loro confronti. Il prossimo si scopre facendosi prossimi, avvicinandosi a chi è nel bisogno e prendendosi cura di lui. Ciò appare ora chiaro anche a quel sapiente che risponde: «Chi ha avuto misericordia di lui». «Misericordia», e non «compassione», come verrebbe la traduzione della Cei, è la traduzione corretta del greco eleos.

Compassione e misericordia nei confronti di quel bisognoso costituiscono l’unico agire possibile per imparare a riconoscere l’altro come “prossimo”, cioè colui che dobbiamo amare. E costui si riconosce incontrando il povero, rappresentato da quel malcapitato incappato nei briganti e abbandonato a sé stesso lungo la strada. Solo attraverso la presa in carico di quel poveraccio i discepoli di Gesù potranno vivere pienamente il grande e unico comandamento dell’amore di Dio e del prossimo e potranno avere la vita eterna, come la parabola del giudizio finale nel vangelo di Matteo esplicita con chiarezza. Perciò la conclusione della parabola con l’invito di Gesù: «Va’ e anche tu fa ugualmente».

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 3 luglio 2016

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Dal Vangelo secondo Luca

 In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Parola del Signore.

Commento di Padre Eermes Ronchi

La messe è abbondante, ma sono pochi quelli che vi lavorano. Gesù semina occhi nuovi per leggere il mondo: la terra matura continuamente spighe di buonissimo grano. Insegna uno sguardo nuovo sull’uomo di sempre: esso è come un campo fertile, lieto di frutti abbondanti.

Noi abbiamo sempre interpretato questo brano come un lamento sulla scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose. Ma Gesù dice intona la sua lode per l’umanità: il mondo è buono. C’è tanto bene sulla terra, tanto buon grano. Il seminatore ha seminato buon seme nei cuori degli uomini: molti di essi vivono una vita buona, tanti cuori inquieti cercano solo un piccolo spiraglio per aprirsi verso la luce, tanti dolori solitari attendono una carezza per sbocciare alla fiducia.

Gesù manda discepoli, ma non a intonare lamenti sopra un mondo distratto e lontano, bensì ad annunciare un capovolgimento: il Regno di Dio si è fatto vicino, Dio è vicino.

Guardati attorno, il mondo che a noi sembra avvitato in una crisi senza uscita, è anche un immenso laboratorio di idee nuove, di progetti, esperienze di giustizia e pace. Questo mondo porta un altro mondo nel grembo, che cresce verso più consapevolezza, più libertà, più amore e più cura verso il creato. Di tutto questo lui ha gettato il seme, nessuno lo potrà sradicare dalla terra.

Manca però qualcosa, manca chi lavori al buono di oggi. Mancano operai del bello, mietitori del buono, contadini che sappiano far crescere i germogli di un mondo più giusto, di una mentalità più positiva, più umana. A questi lui dice: Andate: non portate borsa né sacca né sandali… Vi mando disarmati. Decisivi non sono i mezzi, decisive non sono le cose. Solo se l’annunciatore sarà infinitamente piccolo, l’annuncio sarà infinitamente grande (G. Vannucci).

I messaggeri vengono portando un pezzetto di Dio in sé. Se hanno Vangelo dentro lo irradieranno tutto attorno a loro. Per questo non hanno bisogno di cose.

Non hanno nulla da dimostrare, hanno da mostrare il Regno iniziato, Dio dentro. Come non ha nulla da dimostrare una donna incinta: ha un bambino in sé ed è evidente a tutti che vive due vite, che porta una vita nuova. Così accade per il credente: egli vive due vite, nella sua porta la vita di Dio.

Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. E non vuol dire: vi mando al macello. Perché ci sono i lupi, è vero, ma non vinceranno. Forse sono più numerosi degli agnelli, ma non sono più forti. Vi mando come presenza disarmata, a combattere la violenza, ad opporvi al male, non attraverso un “di più” di forza, ma con un “di più” di bontà. La bontà che non è soltanto la risposta al male, ma è anche la risposta al non-senso della vita (P. Ricoeur).